Carlo Porta, precursore del realismo

Carlo Porta (Milano, 15 giugno 1775 – Milano, 5 gennaio 1821) è stato un poeta italiano, nato a Milano sotto la dominazione austriaca. È considerato il maggior poeta in milanese. Il Porta rimasto sconosciuto per quasi tutto l’Ottocento deve la sua scoperta al Momigliano. Nei suoi confronti ha senza dubbio influito il preconcetto che chi scrive in dialetto va senz’altro trascurato, non merita attenzione, non è un grande. Eppure il Momigliano ha accostato il Porta a Verga, a Maupassant e a Zola, ha stabilito paragoni e ha definito differenze tra loro, ma chi rie­sce ad avere l’incondizionata ammirazione del critico è il nostro milanese dialettale «Realismo e naturalismo nei primi vent’anni dell’Ottocento non si conoscevano ancora: ma un naturalista della forza del Porta, il creatore di Giovannin Bongee, di Marchionn e di Ninetta, non l’abbiamo più avuto».

E ancora: «Nella nostra letteratura non c’è uno scrittore che abbia fatto sentire così bene, come il Porta, l’atmosfera dei bassifondi, nessuno che abbia dato con così pochi tocchi, raccontando senza descrivere la sensazione di quella vita in cui miseria, vizio e sporcizia sono una sola cosa, che abbia fatto sentire così bene il tanfo di quelle stanzacce scure, la lubricità di quelle scale che si salgono quando la luce comincia a di­ ventare incerta».

Tra l’altro il punto di forza del Porta sta proprio nel linguaggio usato, il dialetto, che gli permette di ottenere una rappresentazione vivace e concreta delle cose e dei sentimenti, appagando così un’ispirazione propria degli scrittori romantici che da parte loro non sempre riuscivano a li­berarsi completamente, malgrado la buona volontà, degli schemi tradizionali della lingua e dello stile, restando sempre in un certo senso da essi impastoiati e legati. Il linguaggio del Porta, proprio perché dialettale, è vivo e vivace, scevro dagli artifici e dai preziosismi dell’età neoclassica, privo di leziosità e ricercatezze, ma nello stesso tempo è di tono sostenuto e non cade mai nella grossolanità, nell’approssimativo, nel semplicistico.

È in modo esemplare all’altezza dei concetti espressi, che sono ispi­rati sempre ad alti valori morali, a sentimenti di comprensione e di profonda simpatia per tutti, ma soprattutto per i derelitti e per gli umili, nei quali l’autore, più che immedesimarsi, ritrova se stesso.

Egli ritrae con insolita maestria il mondo dei poveri, degli ignoranti e delle prostitute, adoperando un accento che è allo stesso tempo canzonatorio e commosso. Con lo stesso tono dipinge la gretta e meschina borghesia e i suoi difetti. E la nobiltà e il clero aggrappati con sorda insensibilità ai loro privilegi gli suggeriscono una satira intelligente e pertanto pungente quanto mai. In ogni caso, vuoi che ritragga la miseria e le pene del popolo, vuoi che dipinga un quadro clericale e borghese, il risul­tato è sempre ugualmente eccellente. Ma il sorriso del poeta s’illumina d’umana comprensione quando guarda verso l’ambiente popolano, allora vibra una pietà commossa, di stampo senz’altro romantico; «allora trovi i toni più alti di un lirismo soffuso di pateticità», come rivela il Petrocchi. Come ha detto il Momigliano «il Porta ha rappresentato alcuni a­spetti della vita contemporanea, non in quadretti dal taglio facile e dal tono arguto, ma in quadri larghi, ricchi di sfumature, animati da uno spirito che non si può chiamare lepido o satirico se non dimenticando l’indefinibile umanità del grande poeta, per il quale il maggior interesse è quello di ritrarre la vita in tutta la sua potenza e in tutta la sua varietà contraddittoria … Con tanta oscenità quanta se ne trova nelle sue poesie, non si può dire che egli sia un poeta corrotto, perché anche in questo ar­gomento quelli che dominano sovrani sono il senso della verità e quello della vita».

Luigi Pistone
Luigi Pistone
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