Ad Atene, V secolo a. C., l’operato dei politici era sottoposto a verifica di fine mandato

Si avvicinano e elezioni e parliamo delle origini della democrazia: il potere del popolo. La parola, greca, racconta la storia di un concetto che in Grecia è nato e che, attraverso i secoli, è arrivato fino a noi. Il mondo antico ha valutato in modo diverso questo tipo di governo, ponendolo spesso al centro di dibattiti filosofici e politici e interpretandolo in modo differente nelle diverse culture. Concetti come voto, libertà, diritti, partecipazione si incontrano negli scritti di autori greci e latini e descrivono situazioni proprie del mondo ellenico e romano. Ma una vera e piena attuazione dell’idea democratica si è realizzata solo ad Atene.

La democrazia ateniese
“Abbiamo una costituzione che non emula le leggi dei vicini, in quanto noi siamo più d’esempio ad altri che imitatori. E poiché essa è retta in modo che i diritti civili spettino non a poche persone, ma alla maggioranza, essa è chiamata democrazia: di fronte alle leggi, per quanto riguarda gli interessi privati, a tutti spetta un piano di parità, mentre per quanto riguarda la considerazione pubblica nell’amministrazione dello stato, ciascuno è preferito a seconda del suo emergere in un determinato campo, non per la provenienza da una classe sociale, ma per quello che vale”. Tucidide (La guerra del Peloponneso, II, 37) riporta le parole di Pericle agli Ateniesi: è in età periclea (V secolo a.C.) che la democrazia ateniese raggiunge il suo compimento. L’estensione del voto ai cittadini più poveri è l’apice di un percorso iniziato due secoli prima con le riforme di Solone: base del nuovo ordinamento sociale era il censo, la ricchezza, non più l’appartenenza o meno alla nobiltà. Alla vita pubblica potevano partecipare coloro che possedevano una rendita sufficiente ad assolvere determinati compiti verso la città, come il pagamento delle imposte o il servizio militare (solo chi aveva i soldi poteva comprare le armi e l’equipaggiamento necessari alla guerra). Più tardi il governo di Clistene ampliò il bacino di partecipazione abbassando i limiti di reddito e creando la boulè, un “consiglio” di 500 membri non eletti ma sorteggiati tra i cittadini over 35.

Quella di Pericle non era certo una democrazia matura: erano assolutamente esclusi le donne e gli schiavi, a stento considerati persone. Eppure aveva tratti di modernità indiscutibile. Basti pensare che nell’Atene del V secolo non solo tutti i cittadini liberi maschi potevano votare, ma che i candidati godevano di indennità che assicuravano un compenso a chi svolgeva attività pubblica, in modo che non fossero solo i ricchi a poter essere eletti. Non solo: il sorteggio alla base della scelta dei candidati metteva al riparo da tentativi di corruzione e di “acquisto” dei voti. Il mandato, poi era molto breve, per assicurare un continuo ricambio e alcune cariche potevano essere ricoperte solo due volte, con l’intervallo di un anno. Inoltre a fine incarico i politici venivano sottoposti a una verifica che ne valutava l’operato.
Ad Atene erano infine presenti sia organismi assembleari, cui tutti partecipavano, sia istituti rappresentativi cui si accedeva tramite sorteggio o elezione. Le elezioni si svolgevano per alzata di mano o con uno scrutinio segreto.

Uguaglianza e partecipazione
“Il governo del popolo anzitutto ha il nome più bello di tutti, isonomia, in secondo luogo non fa niente di quanto fa il monarca perché esercita a sorte le magistrature e dà un potere soggetto a controllo e presenta tutti i decreti all’assemblea pubblica”. (Erodoto, Storie, III, 80), Isonomia significa “la legge è uguale per tutti”. Questa uguaglianza era fondamentale per il pensiero greco, che vedeva una grande risorsa anche nel dibattito e nel confronto. Del resto si trattava di una democrazia diretta, possibile in una realtà di città stato. E la libertà di parola. La parresia, era un valore inviolabile, tanto che comici, poeti e scrittori non mancavano di denunciare le “magagne” del sistema. Chi non prendeva parte a queste discussioni, spiega ancora lo storico Tucidide, era considerato un peso per la società: “Noi Ateniesi o giudichiamo o almeno ponderiamo correttamente le varie questioni senza pensare che il discutere sia un danno per l’agire, ma che lo sia piuttosto il non essere informati prima di entrare in azione”. L’informazione era quindi alla base di ogni scelta.

A Roma, costituzione mista e passione per la res publica
Il termine “candidato” deriva dal latino e si riferisce, a livello etimologico, alla veste bianca indossata da chi voleva essere eletto per essere facilmente identificato. Una primordiale operazione di immagine che dice come nella Roma repubblicana i meccanismi della democrazia abbiano trovato una codifica e una veste formale supportata da un senso dello stato profondamente radicato nella società. La forma di governo repubblicana nacque con la caduta della monarchia alla fine del VI secolo prima di Cristo. La nuova costituzione prevedeva la presenza di due consoli eletti ogni anno dal popolo, di un senato, formato dai cittadini più eminenti, e dai comizi centuriati, dedicati a nominare i consoli e le altre magistrature e che erano costituiti da patrizi e plebei.

Il meccanismo delle centurie vedeva i cittadini suddivisi in base al censo votare pubblicamente in modo da esprimere il pensiero della classe, la centuria, cui appartenevano. Un dettaglio: i più ricchi votavano per primi, e al raggiungimento della maggioranza, le votazioni venivano sospese. Raramente si procedeva fino all’ultima centuria, con un’esclusione di fatto dei meno abbienti. E qui come in Grecia il censo era definito dalla capacità di contribuire alle operazioni di guerra. Del resto quella romana venne definita una costituzione mista dallo storico Polibio, che scriveva “tre erano gli organi dello stato che si spartivano l’autorità; il loro potere era così ben diviso e distribuito, che neppure i Romani avrebbero potuto dire con sicurezza se il loro governo fosse nel complesso aristocratico, democratico, o monarchico”. Secondo lo scrittore, “i consoli rappresentavano la monarchia, il senato l’aristocrazia e i comizi la democrazia”. Ovviamente anche in questo caso niente spazio per le donne e per gli schiavi.

Niente a che vedere, ancora una volta, con le democrazie della nostra epoca, anche se il senso di appartenenza e partecipazione era forse più profondo di quanto non lo sia oggi, perlomeno tra gli intellettuali: “la Repubblica è la cosa del popolo” scriveva Cicerone “e popolo non è ogni unione di uomini raggruppata a caso come un gregge, ma l’unione di una moltitudine stretta in società dal comune sentimento del diritto e dalla condivisione dell’utile collettivo”.

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