Clientelismo e familismo: mali per la società

In occasione delle elezioni che si terranno il 25 settembre di quest’anno emergono alla memoria rimembranze scolastiche e ricordi “professionali”, partendo dalla citazione: «Tengo famiglia» è diventato il “leitmotiv” per giustificare qualsiasi forma di egoismo antisociale, ogni atto scorretto verso il prossimo. «La nostra bandiera nazionale dovrebbe recare una grande scritta: ho famiglia». Con un aforisma tagliente, Leo Longanesi, nel lontano 1945, appena finita la guerra, inaugurò la corrente di pensiero che additava proprio nella famiglia uno dei tanti mali italiani. Dopo di lui toccò al saggio di Edward C. Banfield, “Moral Basis of a Backward Society” (Le basi morali di una società arretrata), risalente al 1958. Lo studioso-politologo americano effettuò un’indagine nel Sud Italia (a Montegrano, alias Chiaromonte), rintracciando l’inclinazione diffusa di ogni singola famiglia a ricercare il massimo vantaggio solamente per sé, disinteressandosi del resto della comunità. Il familismo, che Banfield definì «amorale» perché indifferente a un orizzonte comunitario più ampio della famiglia, fece scrivere a Leonardo Sciascia ne “Il giorno della civetta” che la famiglia è l’unica istituzione che il siciliano riconosce e sembra essere rimasto un tratto costante della società non solo meridionale, ma in generale italiana. Per Banfield il familismo è un dato di natura antropologica, che connota un atteggiamento non orientato verso la comunità e che rappresenta l’esatto contrario del senso civico. Carlo Tullio Altan (“La nostra Italia”), di recente, è ritornato sul familismo, scovandone le radici antiche e dimostrandone la persistenza nell’Italia contemporanea. Un altro studioso americano, Robert D. Putnam (“La tradizione civica nelle regioni italiane”), ha ripreso il tema, individuando una profonda differenza tra le regioni d’Italia in tema di senso civico. Alla nozione di familismo si ricollega anche Paul Ginsborg (“L’Italia del tempo presente. Famiglia, società civile, Stato 1980-1996”), quando ne segnala l’utilità nello spiegare la storia italiana più recente, dove il modello familiare e i suoi valori tendono a essere predominanti sulla società civile e sullo Stato. Secondo il sociologo Alessio Colombis «il torto principale di Banfield è stato quello di avere considerato il chiaromontese come un essere umano disumano, come homo homini lupus, disumanità estranea alle comunità rurali povere degli anni ‘50, ma invece presente e caratteristica delle “moderne e civili” società capitalistiche di mercato, in cui tutto può essere comprato con il denaro, quasi tutti pensano solo all’arricchimento materiale e una parte crescente degli individui nasce, vive e muore nella perfetta e totale solitudine».

Lo scrittore André Gide, con la sua invettiva «Famiglie, vi odio!», ebbe il coraggio di denunciare il malessere profondo che alberga nell’animo di chi reprime la rabbia e riversa come un fiotto di lava sulle persone il proprio disagio e la propria aggressività. Concetto che oggi potrebbe essere capovolto così: «Famiglia, ti amo». Forse sarebbe il caso di considerare un codice di autoregolamentazione nel quale i politici e gli amministratori promettano di non occuparsi di faccende che riguardino familiari e parenti fino al quinto grado. Onde evitare equivoci e raggiri. E mettere un punto fermo nell’ondata di neo-familismo che, comunque la si consideri, non è un bel vedere, né un contributo potente al decoro delle istituzioni. In Italia, per molti aspetti patria del clientelismo, del nepotismo e del familismo amorale, vengono contrapposti alla filosofia dell’inciucio e delle raccomandazioni. Dal mondo politico, mediatico e accademico si cerca di far passare il messaggio che a occupare posti di responsabilità debbano essere i più competenti, non i furbetti o gli ammanicati. Tutto ruota intorno alla differenza tra meritocrazia e giustizia sociale. La prima si nutre di una prospettiva essenzialmente individualista: chi arriva a occupare posizioni di potere lo fa grazie a un indistinto “merito” personale. Un concetto difficile da definire sociologicamente: un misto di fortuna, talento innato e ambiente sociale favorevole. Ciò su cui invece la società dovrebbe concentrarsi per perseguire il bene comune sono le pari opportunità: garantire a ciascuno la possibilità di esprimersi e acquisire competenze da mettere al servizio della comunità. Siamo abituati all’idea che la meritocrazia si contrapponga al clientelismo, al nepotismo o all’egualitarismo. In realtà si contrappone alla democrazia sociale. Per Michael Young, l’autore inglese inventore del termine, la meritocrazia equivaleva a una distopia: un mondo dove gli esseri umani venivano rigidamente divisi tra intelligenti e stupidi e la società si divideva in élite intellettuale e massa lavoratrice, senza alcuna possibilità di mobilità o riscatto. Un modello basato solo e soltanto sulla competizione individuale, nonché sull’autoritarismo: cosa sia meritevole non viene deciso tramite processo collettivo e democratico, ma da un unico soggetto in maniera incontrovertibile. Alla fine la meritocrazia non si rivela nient’altro che un sistema volto a legittimare le diseguaglianze sociali e perpetuare le “élites”. Queste considerazioni vanno considerate nel segreto della cabina elettorale per il prosieguo civile dell’Italia.

Luigi Pistone
Luigi Pistone
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