A 100 anni dalla marcia su Roma si ricorda Domenico Pellegrini Giampietro

Il 28 ottobre del 1922, in Italia, il Partito Nazionale Fascista (PNF), con a capo Benito Mussolini, suo fondatore, minaccia di invadere Roma per prendere il Governo della nazione che ormai stava allo sfascio, al degrado, alla fine (come dicevano le cronache del tempo).

Il 30 ottobre, il re d’Italia, Vittorio Emanuele III, affida l’incarico di formare il nuovo governo italiano a Mussolini. Negli anni successivi la “Marcia su Roma” divenne il momento d’inizio della nuova Italia.

La storia, raccontata dagli storiografi di regime o da quelli contrari ha voluto segnare, con la data 28 ottobre 1922, l’inizio di un regime che nell’arco di un ventennio ha operato nel bene o nel male, violentemente o minacciosamente portandosi con le sue ideologie anche fuori dei suoi sacri confini. Sempre la storia dei vincitori e dei vinti ci racconta chi, come e quanti intellettuali parteciparono allo storico evento e tra questi vogliamo ricordare un lucano che particolarmente si distinse come uomo politico ma ancor più come stratega delle finanze per l’Italia.

Certo era un esperto in camicia nera pluridecorato sui campi di battaglia, ma era pur sempre un onesto lucano che si adoperava per la sua Patria.

Parliamo di Domenico Pellegrini Giampietro e lo facciamo con le parole che usò il compianto dott. Vincenzo Macchia di Brienza (PZ), intellettuale, storico del territorio, giornalista e che esercitava la professione di medico. Il testo è estrapolato dal suo libro Personaggi Illustri di Brienza, Paolo Laurita Editore Potenza, 2011.

[…] Domenico Pellegrino, nasce a Brienza il 30 agosto1899. Eredita l’aggiuntivo Giampietro dallo zio Luigi, Senatore. Giovanissimo partecipa alla Grande Guerra del 1915/1918 dove gli viene attribuita una medaglia di bronzo per una brillante operazione bellica, pur  essendo ferito. Fonda a Caserta la Legione Nazionalista sempre pronti. Partecipa alla marcia su Roma. Con il giurista Alfredo Rocco, il giornalista Bruno Spampanato e l’economista Alberto Beneduce, emerge nel fascismo napoletano e ne diviene segretario dal 1939 al 1942. Si laurea nel 1926 in Giurisprudenza all’Università degli studi di Napoli ed esercita la professione di avvocato.

Nella stessa Università  insegna diritto costituzionale e successivamente nel 1934 ottiene la libera docenza di diritto pubblico comparato alla facoltà di Giurisprudenza. Insegna materie giuridiche ed economiche, scienze diplomatiche anche alla facoltà di Ingegneria della medesima Università, mentre alla Scuola Sindacale Universitaria insegna dottrina generale dello Stato.

Nel 1937, a Roma, è nominato dirigente nazionale del sindacato dei lavoratori del commercio, del credito e delle assicurazioni. Nel 1938, come capitano delle  Flechas negras partecipa alla guerra di Spagna, dove viene nuovamente ferito, guadagnando una medaglia d’argento e una promozione al merito di guerra. Nel 1940 partecipa, come volontario, alla guerra sul fronte francese e guadagna un’altra medaglia d’argento mentre nel 194, sempre come volontario, partecipa alla guerra in Grecia dove viene ferito gravemente guadagnando la terza medaglia d’argento. Nel 1943 è sottosegretario  di Stato al Ministero delle Finanze, mentre dal 23 settembre 1943 al 25 luglio 1945 è nominato da Mussolini Ministro delle Finanze della Repubblica Sociale Italiana. È un Ministro con esercizi finanziari in attivo. Il bilancio consuntivo 1944 della Repubblica Sociale Italiana ha un avanzo di 20,9 miliardi pur con i 12 miliardi versati alla Wehrmacht con ripetute variazioni delle spese, registrate in Gazzetta Ufficiale. Viene citato da Ezra Pound nei Canti Pisani perché, da secoli, è l’unico a utilizzare a favore dello Stato liquidità monetarie gestite per tesorerie dalla Banca d’Italia. Intervenne con fermezza a tutela effettiva degli interessi dell’economia nazionale.

[…] Importante è quanto scrive Filippo Anfuso, nell’opera: Roma, Berlino, Salò: C’era un piccolo napoletano, tutto pepe e nervi, Pellegrini-Giampietro, che difendeva le nostre Finanze, e correva – tra Rahn e Mussolini -come quei ragazzi stizzosi e mingherlini che durante una partita di calcio si rivelavano dei grandi atleti per il solo miracolo della volontà.

Fu con tenacia che quest’uomo collaborò col ministro dell’Economia Corporativa dott. Angelo Tarchi e con il suo sottosegretario prof. Manlio Sargenti all’approvazione, in data 12 febbraio 1944, del Decreto-Legge sulla Socializzazione delle imprese, strumento realmente rivoluzionario per l’equilibrio dei rapporti tra imprenditori e produttori nel mondo del Lavoro, tanto che Mussolini quando ne esaminò le bozze, disse: È l’idea che volevo realizzare nel 1919!.

[…] Inoltre, questo grande Ministro delle Finanze della Repubblica Sociale -come lo definì con chiarezza lo stesso Mussolini -ottenne già il 25 ottobre 1943 (poche settimane dopo la sua designazione nell’incarico) il ritiro immediato dalla circolazione nell’intero territorio italiano dei marchi d’occupazione (esattamente i Reichskreidit Kassenscheine) e obbligando le truppe germaniche a effettuare ogni pagamento esclusivamente con le lire italiane, imponendo contemporaneamente a esse e ai loro Comandi di potere effettuare requisizioni indiscriminate o prelievi di fondi della nostra moneta negli istituti bancari. Altresì -in contropartita -fu concesso all’Ambasciata tedesca un contributo mensile di sette miliardi per tutte le spese militari, di fortificazioni, di riattazione delle vie di comunicazione ecc., facendosi confermare ciò mediante un protocollo che riaffermava la sovranità del nostro Stato nel settore monetario e di controllo assoluto sulla circolazione.

Nel frattempo, il ministro Domenico Pellegrini Giampietro, impedì il trasferimento del nostro Poligrafico a Vienna, ottenendo -insieme alla nostra Ambasciata in Berlino -il trasferimento in Italia dei risparmi effettuati dai nostri lavoratori nel Terzo Reich, salvaguardando altresì le riserve d’oro e di platino italiane e ponendole al sicuro da qualsiasi rischio di possibili sottrazioni e fece restituire al nostro ministro degli Esteri buona parte dell’oro che le truppe occupanti avevano sottratto alla Banca d’Italia con l’armistizio, mentre pagò anche alla Confederazione Elvetica un debito del sorpassato governo regio. 

Sull’operosità e sulla capacità del ministro ne parla dettagliatamente S. Bertoldi nel libro Salò -Vita e morte della R.S.I. (ediz. 1976) in cui si precisa: Rahn vedeva arrivare Pellegrini Giampietro come un castigo di Dio. Impallidiva quando vedeva spuntare il ‘neapolitaner’ Pellegrini Giampietro che veniva a difendere i quattro soldi della R.S.I. in tutti i dialetti del Mezzogiorno e se il plenipotenziario tedesco estraeva i sofismi geopolitici, Pellegrini -che è anche professore – lo ammutoliva con le sue verità scientifiche“.

Domenico Pellegrini Giampietro, ha affrontato i tribunali con la stessa lealtà e coraggio con cui aveva affrontato le trincee, non è mai fuggito dalle sue “responsabilità” prova ne è che nel 1945, dopo la fuga di Mussolini, si costituisce e il 28 agosto la Corte di Assise di Milano lo condanna a trent’anni di reclusione per collaborazionismo. Ma il 16 novembre riesce a evadere dal carcere milanese di San Vittore e fugge a Roma dove vive clandestino fino all’ottobre del 1946,  quando la Corte di Cassazione gli concede l’amnistia. Nello stesso anno con alcuni amici fonda il nuovo partito il Movimento Sociale Italiano di cui diventa presidente e dal quale si dimetterà qualche tempo dopo per divergenze ideologiche. Il 9 marzo del 1949 è nuovamente arrestato a Milano, ma la Cassazione il 13 maggio lo assolve. In merito al cosiddetto tesoro di Dongo, quello che la fantasia post-bellica suppose in possesso degli appartenenti alla colonna di Mussolini in ritirata verso la Valtellina a fine aprile 1945, Pellegrini Giampietro l’ha definito un marchiano falso storico, specie in riferimento a quantità di valuta estera, monete d’oro, gioielli ecc. perché, sia le personalità politiche quanto i militari che ne facevano parte, possedevano soltanto le dotazioni finanziarie di loro pertinenza, quindi nulla di abusivo. Nel luglio del 1949 emigra in Brasile dove, a San Paolo, fonda  il Banco del Trabajo Italo-Brasilero. Nel 1952 fonda a Montevideo, in Uruguay, il Banco del Trabajo Italo-Americano e dirige il quotidiano Sintesi e collaborando con articoli sull’economia al periodico La Manana. Ha scritto Aspetti spirituali del fascismo (1941) e l’Oro di Salò (1958). Muore a Montevideo il 18 giugno 1970

Mi chiedo, dopo 100 anni non è il caso di considerare le nostre eccellenze nazionali indipendentemente dalle camicie indossate, dai pregiudizi e da ignoranti elettorali suggerimenti?

Rude Clava
Rude Clava
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